IL FEMMINISMO MORALISTA

Valeria Ottonelli

La libertà delle donne

contro il moralismo femminista

edizioni Il melangolo Genova, 2011 pagg 125

 

Saggio breve, ma denso su una questione spinosa ed importante: come si pongono le donne rispetto alle Minetti e  alle Ruby Rubacuori? Male… loro contro noi, loro puttane contro noi sante che si sacrificano e fanno lavori onesti, il movimento “se non ora quando” nato sull’onda dell’esasperazione del comportamento dell’allora presidente del consiglio, per evitare lo scivolone palese tra sante e madonne, aveva invitato anche l’associazione delle prostitute ad unirsi alla manifestazione per riaffermare i diritti delle “donne oneste”.

Riflettere sulla condizione femminile da questo punto di vista è un salto coraggioso, perché  le Minetti non ci fanno onore, ma dobbiamo farci i conti e pensarci bene prima di condannarle, in quanto la condanna esprime il pensiero dominante maschile sulla donna. 

Nella faccenda Berlusconi e “le ragazze” sono uscite peggio loro e questo dice molto.

Quando il cavaliere ad esempio, espresse sulla Bindi il commento “più bella che intelligente”, ricorda Valeria Ottonelli, la Bindi non si scompose, il video fu fatto girare, la faccenda fece dire a Repubblica che nessun uomo presente in studio si era levato in sua difesa e che lei aveva dovuto farlo da sola con voce flebile: falso, l’onorevole rispose forte e chiaro senza scomporsi “io sono una donna che non è a sua disposizione”, risposta azzeccata e spiazzante, con essa la Bindi aveva affermato che le battute idiote sul suo personale non la toccavano, né potevano farlo perché lei non è il tipo di donna che si sarebbe fatta offendere da queste cose, in quanto aveva ed ha presente il suo posto nel mondo: “Per un attimo, Bindi ci ha fatto intravvedere un universo possibile in cui battute come quella cadono nel vuoto, perché non hanno significato”, “Melandri ha definito Berlusconi “più alto che educato”, nessuno e molte non hanno compreso che” la battuta non riguardava Bindi, ma l’incapacità dell’allora premier di reggere un confronto dialettico”.

Così è iniziata la campagna contro Berlusconi che aveva offeso le donne  e in solidarietà alla “vittima”.

Ottonelli, insegnante di etica e filosofia politica all’università di Genova, ricorda che un insulto non è un’ offesa: “che io sia insultata è un fatto e dipende dal contenuto di quel che dice il mio interlocutore; è un attentato alla  gerarchia sociale che occupo, nel mio intimo, nei miei sentimenti non può farmi né caldo né freddo, rispondo per ristabilire le gerarchie sociali corrette in una società, come la nostra basata sull’onore”, essere offesi è altro e si rifà “al mondo intimo delle relazioni interpersonali”, rispondere “non sono a sua disposizione” chiarisce che non sono in gioco rapporti personali. Il fatto che la risposta della Bindi non sia stata compresa mostra il dato fondamentale dell’azione moralizzatrice ” alla quale sembrano soggette in Italia le iniziative nel nome delle donne: questioni che riguardano la sfera politica e istituzionale vengono trasferite in quella dei sentimenti intimi (…) con effetti gravissimi”.

Traducendo la questione sui sentimenti offesi  si rinsalda l’idea di una dipendenza vitale da ciò che gli uomini pensano di noi.

La fortuna politica di Berlusconi si rintraccia sulla personalizzazione sentimentale e familistica del potere: mandare regali alle sue parlamentari, pacche sulla schiena a Putin: il suo potere reale o apparente  è costruito su rapporti personali e diretti, questa è una forma di potere “non solo pre-moderna, ma anche pre-politica, alla quale il modo peggiore di reagire, specie da parte delle donne, consiste nel metterla sul personale”.

Tornando alle Minetti e compagne il moralismo “che si è scagliato contro il circo berlusconiano ha preso di mira non lo sfruttamento delle ragazze”, la prostituzione organizzata riguarda il diritto penale, tra l’altro, ma il loro arricchimento indebito. Qual è l’aspetto più grave?

Ma il movimento “se non ora quando” ha voluto mettere l’accento sulla ferita che il presidente del consiglio di allora, aveva inferto alle donne italiane, quelle tante, tantissime che “lavorano, studiano, fanno figli e si sacrificano“.

Il vero punto che sarebbe da discutere riguarda la legislazione sul lavoro femminile, le istituzioni e non quanti sacrifici le donne devono fare, perché questo è un passo falso che invece di portare avanti “la causa delle donne” le lascia al punto di partenza ovvero alla morale del sacrificio… che tanto piace al sistema patriarcale e clericale di questo Paese.

(…) per questo le recriminazioni moralistiche non ci fanno bene, ma quel che serve è “una riflessione genuinamente politica sulla giustizia economica, l’Olgettina è veramente l’ultimo posto cui guardare”.

La Ottonelli tiene a precisare che quello che conta  “è avere legislazione e risorse a nostro favore” e ” anziché cercare di scoprire se gli uomini politici che devono legiferare hanno affari extraconiugali (sempre che non rientrino nei reati penali ed è qui che spesso il moralismo fa confusione) è meglio che le donne  stiano ad ascoltare quello che hanno da dire quando affrontano questioni di genere.” “Inoltre, anche se le leggi ce lo consentono, non votiamo uomini che si sono macchiati di reati o che sono sotto processo per stalking, per reati sessuali gravi come  stupro e sfruttamento della prostituzione. Il resto lasciamolo decidere alle loro compagne, non ci riguarda perché non influirà sulla nostra vita”

 

Ricordiamo anche che lo slogan degli anni ’70 “il personale è politico” andava bene allora ed oggi non ci deve accontentare per nulla, abbiamo leggi ben diverse da quelle che c’erano, e riproporlo significa farci tornare indietro e confondere piani e livelli logici.

Il saggio per quanto breve è molto denso e  prende in considerazione anche il rapporto delle donne con le “badanti” che in numerosi studi “femministi” tende  sempre a colpevolizzare le donne che vi ricorrono e a presentare le “altre” donne lavoratrici quali povere infelici costrette dall’indigenza togliendo in questo modo  la loro dignità di donne che hanno progetti ed obiettivi, questo è un altro esempio di moralismo femminista.

Gli argomenti che tocca Valeria Ottonelli, sono essenziali affinché le donne prendano effettiva coscienza di quante trappole sono sul loro cammino e quanto sia indispensabile la necessità di sgombrare il campo da falsi problemi e obiettivi.

 

 

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ALICE MUNRO

Sono stata lontana dalla Munro a lungo

-per quale motivo?

beh, ehm, non so devo dire che i racconti non mi piacciono

-i racconti di Alice Munro?

no tutti i racconti, il genere intendo

-ho capito! e Borges? mi sembrava avesse avuto una storia molto importante con Borges, nel senso che lei amava molto lo scrittore argentino

sì, ho amato molto Jorge, nonostante la sua evidente misoginia ci lasciammo per via dei libri

-dei libri?

uh uh, non ne voleva vedere neanche uno in giro per la casa

-come sarebbe? poi scusi, vedere?

non so come dirlo, vedere, sì lo so che era cieco come una talpa, non si sarebbe messo con Maria kappa sennò, i libri beh, sapeva se ce n’erano in giro, che so dall’odore i ciechi sviluppano altri sensi

-scusi ma sta dicendo che lui e Maria Kodama, sua moglie sposata unicamente per permetterle che qualcuno a lui fidato si prendesse cura dei suoi beni, i suoi ricordi soprattutto, avessero una relazione e che Borges l’abbia preferita a lei per ragioni estetiche? le ricordo che lei, pur… lasciamo perdere ha vent’anni meno di Maria…

sì, ma pare che lei facesse certi giochetti che a lui piacevano molto

-non per un fatto intellettuale?  Maria Kodama era una studiosa e…

scusi se la interrompo, ma cosa c’entra, anch’io all’epoca studiavo

-sì certo filosofia, fuori corso anche e, ha dato quanti? tre esami?

di più, no forse no, ma ne ho studiati parecchi di più, praticamente e quasi come se fossi laureata

-e poi le ricordo che non sa neanche parlare spagnolo o l’inglese arcaico o l’islandese medievale, neanche l’inglese contemporaneo, cioè a parte l’italiano…

ehi, ma ce l’ha con me? mi chiede un’intervista e mi attacca?

-scusi ha ragione, ma mi sembra che lei le spari un po’ grosse su Borges e che poi lui non sopportasse i libri, suvvia!

la sua era insolenza intellettuale

-cosa? taccia Borges d’insolenza intellettuale perché non sopportava avere degli harmony in casa? e poi cosa mi fa dire, lei non ha mai conosciuto Borges!

adesso la butto fuori!

Che gente! beh dicevo?

Mi sono accostata ad Alice Munro molto in là con gli anni, i suoi intendo, perché a me i racconti non piacciono

-ci risiamo e Cecov?

ma non l’avevo cacciata accidenti a lei?!

Mi confonde ‘sta tipa e mi fa perdere il filo, beh adesso Alice Munro mi piace moltissimo ecco volevo dire questo

-eh no deve darci una ragione, anche perché non si passa dagli harmony alla Munro così come fosse scontato

Cioè lei vuole sapere perché mi piacciono anche i racconti della Munro?

-sì è questa la domanda e più che anche direi nonostante

Nonostante?

-esatto come può piacerle un’autrice come la Munro e come possono piacerle i romanzetti rosa?

è vietato?

-no, certo che no

allora si taccia per favore e mi lasci parlare, scrivere insomma

Dunque perché mi piace ?

Ho finito “Troppa felicità” (il titolo non vi fa pensare a lei, lui un grande amore contrastato che alla fine trionfa?, no? lasciamo perdere)

Nella quarta di copertina c’è scritto che c’è un filo rosso (sempre col filo rosso o la cifra)

che lega questi racconti legati all’età.

ALICE MUNRO

TROPPA FELICITA’ traduzione di Susanna BASSO

Consapevolezza della vecchiaia ecco cosa dice esattamente.

Quindi più consapevolezza della morte, vecchiaia e morte vanno assieme come pure la  malattia o il corpo che tradisce…

In uno dei racconti una donna appena rimasta vedova si trova in una situazione in cui rischia la vita,  non perché sia molto malata e lo è, ma per un intervento esterno.

Per la prima volta da quando lui era entrato in casa, pensò al suo cancro. A come (…) la proteggeva

Quando la vita è in pericolo viene spontaneo sentirsi protetti da una malattia mortale?

Forse nell’immediato, ma la donna si ritrova ad avere paura “La faccenda del cancro non le sarebbe stata di nessunissimo aiuto nella circostanza specifica. Il fatto di dover morire nel giro di un anno non era in grado di revocare la possibilità di lasciarci la pelle subito.

Perciò mette in atto una strategia per salvarsi.

In un altro racconto è il corpo a tradire una coppia non più giovane.

Roy è un falegname ma non disdegna andare nel bosco a tagliare alberi malati per rivenderne la legna, è un profondo conoscitore dei vari tipi di alberi, spesso prende il suo furgone per andare in cerca di lotti sui quali ci possano essere alberi da tagliare e mettersi d’accordo con il proprietario. Lea, la moglie, lasciato il lavoro da impiegata diventa con il tempo svogliata e apatica “Le forze di Lea avevano subito un crollo (…) che sembrò produrre un cambiamento profondo nel suo carattere.

Roy sente la mancanza della moglie di un tempo, piena di energia e buonumore.

Un giorno Roy sente dire che un lotto per cui aveva raggiunto un accordo verbale con il proprietario per tagliare gli alberi malati verrà venduto ad una ditta, racconta la storia che ha sentito a Lea “ma ormai non si stupisce più che lei non gli presiti attenzione“.

Vuole quegli alberi, non si rassegna e decide di prendere il furgone per andare iniziare a tagliare qualche albero e se qualcuno sarebbe intervenuto a rivendicarne il possesso avrebbe avuto come giustificazione l’accordo e poi avrebbe lasciato perdere con tante scuse. Perciò una mattina parte con l’accetta e la sega, nevica appena, lascia il furgone e si addentra nel bosco, ma accade l’imprevisto e l’imprevedibile, a lui sempre attento e buon conoscitore dei terreni boscosi:  un piede slitta e si torce mentre l’altro sprofonda nello strato di foglie e nevischio, cade e quando fa per rialzarsi un piede non lo regge si trova così nel bosco  con la neve che continua a scendere, non ha alternative che cercare di strisciare per andare a raggiungere il furgone.

In tutte le situazioni nelle quali ci troviamo davanti un pericolo che minaccia la nostra esistenza ridimensioniamo i progetti i desideri le aspettative, per Roy adesso, l’essenziale è raggiungere il furgone, non gli importano gli attrezzi ai quali tiene e che deve abbandonare, né si preoccupa di cosa accadrà una volta raggiunto il furgone che non potrà guidare probabilmente,  l’essenziale è strisciare fuori dal bosco trovare le tracce che ha lasciato perché la prospettiva di un uomo in piedi è diversa da quella di un uomo sdraiato sul ventre con una caviglia dolorante.

(…) “ Qualcuno gli sta rubando il furgone (…) urla, agita le braccia (…) il furgone va dritto verso di lui e la persona alla guida suona il clacson (…) Roy vede chi è.

Il fisico, la mente ci possono lasciare da un momento all’altro nella vecchiaia, ma la vita è sempre sorprendente: è vita.

L’ultimo racconto della serie che dà il titolo al libro è un omaggio a Sof’ja Vasil’evna Kovalevskaja insigne matematica russa della fine del 1800 e vincitrice nel 1888 del premio  Bordin, un prestigioso riconoscimento dell’Accademia delle Scienze di Francia, prima donna ad ottenere una cattedra in matematica in Svezia (unico Paese che permetteva l’insegnamento universitario alle donne)

Scriveva un giornale svedese dell’epoca:

Oggi non annunciamo l’arrivo di un volgare e insignificante principe di sangue nobile. No, la Principessa della Scienza, Madam Kovalevski onora la nostra città con il suo arrivo. E’ la prima donna in Svezia che entra come docente universitaria.

Ma riportiamo anche il giudizio ingeneroso di August Strindberg, il celebre poeta svedese, il quale scrisse: (e qui torna Borges, grande estimatore di Strindberg…)

Sof’ja Kovalevski dimostra, in modo lampante, come due più due fa quattro, che una donna docente di matematica è una mostruosità, e come essa sia inutile, dannosa e fuori luogo.

Sof’ja era anche una scrittrice.

Di questo ultimo racconto lascio a voi la scoperta e non dico nulla.

Voglio aggiungere che Alice Munro in tutti i suoi racconti è sempre stata molto attenta alla condizione femminile e non l’ha mai tradita.

-e gli harmony?

quelli il prossimo post!

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ELFRIEDE JELINEK

ELFIREDE JELINEK
LE AMANTI
FRASSINELLI,2004
traduzione VALERIA BAZZICALUPO
PAGG. 178

Nessuna scrittrice in quella che viene definita società post moderna è mai riuscita a rendere così bene la sorte-destino delle donne quanto Elfriede Jelinek; nella sua scrittura prosa, ritmo e racconto si fondono in un nucleo duro e impietoso, non c’è scampo per nessuno dei personaggi siano essi maschili o femminili.

A Elfriede Jelinek, scrittrice austriaca femminista e comunista fu dato il premio Nobel per la letteratura nel 2004 con la seguente motivazione
“per il flusso melodico di voci e controvoci in romanzi e testi teatrali, che con estremo gusto linguistico rivelano l’assurdità dei cliché sociali e il loro potere”

Horace Engdhal, critico letterario e accademico svedese, ha dichiarato:
«È forse una delle poche scrittrici che in un senso progredito si è impadronita dei simboli e dei miti della cultura di massa, film, pubblicità, soap opera e fumetti, l’intera industria dell’intrattenimento».

Sfondo delle sue storie è sempre l’Austria di cui mette in luce il contrasto tra il paesaggio da cartolina illustrata e la realtà quotidiana di una società che nasconde con abilità un Paese violento, discriminatorio nei confronti dei diversi, con classi sociali ben definite ed eccezionalmente brutale con le donne.

“se qualcuno ha un destino, è un uomo, se qualcuno riceve un destino, è una donna” si legge nelle prime pagine del libro, non è certo un pensiero nuovo neppure originale, ma applicato ad un Paese occidentale con un’alta qualità della vita, noto per l’eccellenza della sua politica ambientale e in politica estera è uno dei sei paesi europei che hanno dichiarato la neutralità permanente e uno dei pochi paesi al mondo che include il concetto di neutralità eterna nella sua costituzione, è come minimo inquietante.

A torto è stata ritenuta una scrittrice erotica o sensuale, niente delle sue descrizione dei rapporti fisici tra uomini e donne è più lontano dall’erotismo: il sesso è merce di scambio, prevaricazione, brutalità e le donne la subiscono come male inevitabile al quale non riescono a ribellarsi né sembrano volerlo.
Non c’è pietà per i personaggi, vittime e aguzzini sono inchiodati a ruoli stereotipati, marionette che seguono uno schema sicuro per perseguire uno scopo d’infelicità che appare anch’esso inevitabile.

Le storie che Jelinek racconta non hanno possibilità di riscatto, il linguaggio che usa è sgradevole, ma la scrittrice ha la capacità di colpire il centro della sensibilità di lettrici e lettori, che non saranno più capaci di vedere una qualsiasi relazione ad una sola dimensione.

Nei suoi libri, l’amore è sempre e solo una relazione di potere che descrive con un’ ironia feroce, ma mai cinica: l’odio è il motore della relazione madri-figlie e tra donne, odio che scaturisce dal continuo svilimento delle donne da parte degli uomini e di una società fortemente maschilista.
“le donne non scoprono nulla in comune fra loro, solo differenze” (…) “la prima pietra viene posta già a scuola”.

La donna non è solamente merce di consumo è il target d’eccellenza per il consumo di merci che tendono a reificarla e umiliarla: la mercanzia che viene proposta e venduta loro pretende in cambio non solo denaro ma anche l’abdicazione ad accettarsi, per essere desiderabili devono apparire diverse per compiacere un immaginario maschile che non le vuole per come sono.

“Le amanti” descrive due coppie, le relazioni tra loro e quelle con il piccolo mondo che conoscono, quello familiare e quello più “grande” della pubblicità e televisione, a cui si rapportano quali unici modelli onnipresenti per individui incapaci di distinguere il livello di realtà da quello fantasticato.
“che cosa vien fuori quando ci si immagina qualcosa che nella realtà non esiste? giusto: da questa costellazione infausta nascono dei sogni tutte le donne (…) sognano l’amore”

Non sono cattivi i personaggi che Jelinek mette in scena, peggio, sono indifferenti.
Riassumere il testo lo renderebbe banale, cosa che il romanzo non è, ogni parola dell’autrice (tradotta magnificamente) è fondamentale per comprendere il tutto, il come e il perché l’esistenza di tante persone riesce a diventare l’ inferno che hanno perseguito e desiderato.

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la parità

Da quando alle donne è stato concesso, dagli uomini, almeno nei Paesi occidentali e occidentalizzati, il permesso di accedere allo studio e di conseguenza – non immediata- all’esercizio delle professioni, una cosa ben salda gli stessi uomini hanno tenuto nelle loro mani: il potere totale sui corpi femminili. Non solo in quanto la mente sembrava sfuggitagli, ma anche per far vacillare quella conquista pagata a caro prezzo.

Il sapere delle donne è spesso stato pagato con la vita e/o la persecuzione: la caccia alle streghe, che ha segnato per secoli la storia umana, è l’Esempio.

Il controllo sui corpi attraverso gli strumenti del potere temporale e di quello spirituale non ha avuto come unico obbiettivo privare le donne della decisione su che fare di se stesse (che si trattasse di maternità, di prostituzione,  aborto, di “prestare” il proprio utero o ancora venderlo), ma si è attuato attraverso il mantenimento ed il rafforzamento di stereotipi, come tali “ostili”.

L’uomo ha legato all’immagine l’identità femminile, in parole povere? Una donna è tale solo se giovane e piacente agli occhi maschili. Che poi le donne e il loro corpo riproduttivo, sterile e non più riproduttivo siano un affare economico non indifferente è ancora un altro discorso, non da meno, certo.

Quali sono stati e sono i mezzi che sono stati messi in atto, per rendere ancora una volta e ancora meglio le donne relegate al loro corpo? La risposta che mi viene immediata è la pubblicità legata alle funzioni più tipicamente femminili del nostro corpo.

Nei due secoli trascorsi erano la letteratura e la pittura a legare strettamente le donne al loro corpo imperfetto. Oggi nella società dell’immediato, questa funzione è assunta dalla pubblicità, rapida, incoerente e soprattutto irrazionale.

Mestruazioni? Come rendere moderno l’antico tabù legato al timore di un corpo non ferito che sanguinava? Riconducendolo all’antico concetto d’ ”immondo”, cioè di sporco. La mestruazione non è sangue come quello che scorre nelle vene, ma provenendo dalla zona ignobile, è sporco, appunto. Quindi gli assorbenti devono essere igienici e, oltre al sangue, assorbono presunti mefitici odori che “lo sporco” reca con sé. La pubblicità non deve rispettare regole di scientificità o di razionalità, deve colpire l’immaginario e ci riesce.

A rafforzare l’idea di sporcizia, concorrono le secrezioni che nel periodo fertile di una donna sono normali, ma anche in questo caso i prodotti per “l’igiene” intima si sprecano. Lavarsi non è sufficiente.

Esiste un corrispettivo maschile che si occupi della loro igiene?

Alla proposta di lavarsi ossessivamente si aggiunge quella di garantire la mancanza di puzza: non di odori si parla, ma di odori sgradevoli tali da farci sentire insicure e non solo in quell’innominabili “giorni”, sempre.

Passato il periodo fertile, iniziamo l’incontinenza urinaria…

Tutto ciò non è come dire alle donne: – Cara, potrai anche avere una laurea, fare una professione, non avere una laurea ma essere una donna in gamba, saggia, generosa; tutto questo a che ti serve se il tuo stesso corpo ti tradisce?-

Ecco quel che vogliono farci credere, avere un corpo imperfetto e traditore.

E ci riescono: Ci riescono anche collegando noi donne ad un periodo relativamente breve della nostra vita: la gioventù. Essere donne non può prescindere dalla bellezza e, chi detta il canone estetico è l’occhio maschile, e la bellezza non può, sempre per quell’occhio, prescindere dalla giovinezza.

Allora ci sono creme e lifting e diete e palestre per essere… ciò che è nostro desiderio?

Davvero desideriamo (e no, non diciamo -lo faccio per me stessa-) essere altro da quello che siamo?

Donne che invecchiano, se hanno la fortuna di poterlo fare, senza dover pagare un tributo quotidiano per essere sul mercato maschile.

E poi, quanto piace agli uomini vederci divise, rivali…

Donne giovani contro donne mature e viceversa: si riaffaccia l’immagine della vecchia strega… Strano che quelle vecchie streghe così ben rappresentate, fossero donne di ogni età e spesso giovani.

Se anche agli uomini non piace diventare vecchi almeno a loro non ne viene fatta una colpa.

Quindi arrivo ad immaginare una parità, la parità tra donne, la complicità: donne giovani che accettano l’autorevolezza delle più vecchie senza più aver bisogno dello specchio distorto degli uomini, donne che si proteggano e sostengano in cui la certezza del valore non passi mai più attraverso il metro di misura maschile, modelli di relazione in cui una donna matura tenda una mano alla sorella più giovane perché non si senta umiliata e mai più sola.

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riflessioni su Ruth

di Elizabeth Gaskell

 

La donna perduta è la traccia del romanzo, Ruth si perde per ignoranza e fiducia, due sentimenti che difficilmente possono convivere, ma la sua è soprattutto ignoranza del male del mondo, perché il suo cuore è puro, un cuore puro si affida al prossimo diffidando di sé.

Le donne imparano dalle madri appena si attaccano al loro seno a diffidare della donna e di conseguenza di loro stesse, la misura di tutte le cose è l’uomo, come Protagora affermò e come più tardi ribadirono pensatrici femministe, precisando l’uomo maschio, quando ancora si precisava.

Se l’uomo che è immagine di Dio, dio è maschio e giudica da maschio.

L’ignoranza della parola del dio-uomo è correa alla perdizione della donna, ma come può Ruth non ignorare quello che deve ignorare per la sua natura voluta dal dio, natura già dichiarata corrotta dallo stesso , in quanto in passato  una donna aveva cercato nutrimento nella conoscenza  sfidando l’ordine patriarcale.  Quel che Ruth deve ignorare è il suo corpo, quel corpo femminile causa della perdizione del’umanità.

Chi abita un corpo può viversi come puro spirito? Qualcuno ha fatto esperienza di viversi incorporeo? Credo di no, ma alle donne veniva chiesta proprio l’incorporeità. Cosa che viene chiesta ancora oggi, in modo diverso (la donna come solo corpo giovane e desiderabile all’uomo) ma comunque efficace nel rendere le donne confuse su se stesse.

Il gentiluomo dunque approfitta della sua ignoranza, la mette incinta e fugge. Lei partorirà un figlio maschio, che già neonato sarà giudice del comportamento della madre, nell’idea di lei stessa, che non potrà non trasmettergli.

Per ora sono arrivata a pagina 459 e ne ho ancora circa 250 (è scritto a caratteri leggibili per le presbiti come me, ciò per dire che non è così lungo come potrebbe sembrare) e dovrò leggere di espiazioni, rinunce e mortificazioni, perché Ruth non potrà mai essere assolta dal suo peccato: aver amato un dio più di Dio e aver dato il suo corpo al di fuori del mercato matrimoniale. (ma compare tra le righe anche l’idea dello stupro, ugualmente riprovevole per una donna, perché ricordiamolo lei ignora “i fatti della vita”).

La salvezza, fino a pag. 259 è stata offerta, per ora, da quel figlio maschio, che sicuramente diventerà il giudice più severo di sua madre, da lei educato nella devozione e nel totale rispetto del codice patriarcale.

 

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Perché agli italiani piace un padrone

Questo è quello che si chiede Corrado Augias, nel suo ultimo libro dal titolo “Il disagio della libertà”

Il libro, ricco di spunti da approfondire fa risalire molto indietro nel tempo quello che definirei “il disagio dell’italianità”, da uomo erudito qual è parte dalla letteratura:  Dante e Guiccardini, Macchiavelli, continua con la filosofia di Spinoza di J. S. Mill (di cui dimentica fu un fautore del voto alle donne)  e naturalmente essendosi “specializzato” sulla la chiesa di Roma, sostanzialmente non dice nulla di nuovo che qualsiasi persona con un buon bagaglio di letture e interesse verso ciò che lo circonda, non abbia pensato.

Quel che è fastidioso nel leggerlo è, come sempre, l’assoluta mancanza di figure femminili, tranne la Vergine Maria e ad un certo punto la Grande Madre, tirata fuori dal cilindro per addossare, sembra, alla venerabile e grassoccia signora mediterranea la complicità di una totale mancanza di etica e morale nel nostro Paese.

Per il resto questo  è un Paese fatto da uomini, per uomini, non ci sono forse  più campi da calcio che asili nido, che pure non sono di esclusiva “competenza” femminile, dato che i figli fino a prova contraria si fanno in due.

Ma le donne, pur non avendo nessuna voce “positiva” in capitolo, hanno e hanno avuto la colpa di essere troppo comprensive con i figli maschi. Tutto vero, ma nessuna parola spesa sul sistema fortemente patriarcale e maschilista di questa Italia.

Il bisogno del padrone è più una necessità maschile in cui identificarsi, che non il bisogno reale di tutti e tutte le persone che abitano questo Paese. Sono gli uomini che prima si sono identificati nella mascella squadrata di Mussolini e poi nelle barzellette sconce di Berlusconi; le donne hanno certo dato il loro contributo, ma come mai Augias non si chiede  come mai le donne italiane abbiano avuto accesso al voto solo nel 1946, perché l’istruzione sia stata appannaggio maschile fino a non troppi anni fa, perché il delitto d’onore sia scomparso dal codice penale solo negli anni ’80 del secolo scorso e tantissime altre domande, che non solo elude, ma che, cosa assai più grave non si pone.

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solo noi donne possiamo e dobbiamo decidere. Ennesimo attacco della chiesa cattolica contro il corpo femminile

Noi donne non siamo nuove ad attacchi di ogni genere. Iniziamo a subirne da bambine da parte degli adulti, piccoli attacchi, piccole cose quotidiane che ci formano e informano  quel che concerne il nostro posto nel mondo.

Innanzitutto ci viene insegnato a comportarci bene, il che è una buona cosa quando significa essere sé stesse senza prevaricare nessuno, ma comportarsi bene, per una bambina significa una serie di divieti e prescrizioni, che difficilmente hanno un corrispettivo maschile; è anche vero che oggi, rispetto a qualche anno, fa divieti e prescrizioni sono cambiati, però continuano a dirci come dobbiamo essere per essere accettabili. Una brava bambina deve comportarsi bene innanzitutto rinunciando ad essere sé stessa, per imparare ad essere un contorno gradevole al prossimo in preparazione di esserlo ad un uomo.

Dai giochi suddivisi per genere si impara molto: le bambine giocano alle bambole imparando l’arte di prendersi cura, ai maschietti viene messo in mano un videogioco il cui tema è tendenzialmente se non violento prevaricatore, imparano l’arte di essere migliori attraverso la competizione e l’azione. Le bambole invece hanno bisogno di azioni stereotipate:  vanno vestite, truccate, pettinate, rese appetibili, così come dovranno essere poi le ragazzine per immettersi nel mercato del desiderio maschile.

Anche alle ragazze viene insegnata la competizione, ma questa non sarà una modalità a migliorarsi come persone, ma esclusivamente come immagine.L’immagine non è che un’imitazione che più che alla sfera del reale appartiene a quella dell’ideale. Quando scrivo “competizione” uso il termine non in negativo, competere è mettersi in gioco ed ha a che fare con il termine competenza.

Qual è l’ideale, oggi, per le bambine che sono diventate adolescenti? L’ideale è il corpo come rappresentazione dove “rappresentazione”  è la percezione di qualcosa d’altro da sé e torniamo all’ideale. L’ideale è astrazione, pensiero, desiderio del raggiungimento del medesimo. E’ quindi autoreferenziale. Se l’ideale è un corpo immaginario, astratto, autoreferenziale, frutto di un pensiero che ha radici profonde, mai messe alla prova del reale, con che cosa si trovano ad avere a che fare le adolescenti? Solo ed esclusivamente con immagini, immagini che parlano forte, anzi urlano e pretendono e annientano chi non si sottomette. Da chi possono essere aiutate a districarsi in questa selva che prescrive alle ragazze come devono essere? Dalle madri, viene spontaneo rispondere, chi meglio di una madre può capire la sofferenza di una figlia adolescente, che ha già subito sguardi lascivi da uomini che potrebbero  esser loro padri se non nonni, esattamente come era successo loro. Ma quale potere hanno le madri, se quotidianamente vengono bombardate anch’esse da immagini, immagini di corpi giovani, corpi delle loro figlie che  diventano improvvisamente rivali.

I padri guardano è il loro sguardo a dettar legge sui corpi delle donne, delle loro figlie, delle loro mogli, di tutte le altre donne.

Perché voglio sembrare più giovane se la mia età anagrafica mi dice che non sono più giovane da un pezzo? Perché mi dico -lo faccio per me stessa, quando so che non è vero? Perché mi ritrovo ad avere come rivale mia figlia? Perché non posso esserle complice?

Perché è una lotta impari e perché a mia volta, pur lottando e aver lottato, non sono capace ad uscire da questo paradosso che sa  solo dirmi come devo sembrare, qual è l’immagine che da me si aspetta la società maschile; un’immagine che è tutto tranne quello che desidererei essere, non giovane, ma saggia grazie all’esperienza che gli anni hanno scritto sul mio viso sotto forma di rughe, sul mio corpo non più tonico e non più leggiadro, perché dentro di me ho portato le mie figlie e i miei figli e il mio seno li ha nutriti.

Sono stata giovane, forse sono stata “carina”, quel che è certo è che  mi trovavo brutta, perché avevo imparato l’incertezza dei miei occhi , perché lo sguardo delle donne non è lo sguardo dominante sul mondo, e sarebbe ora che lo diventasse.

Questo necessario preambolo è per denunciare che periodicamente il corpo delle donne è sempre sotto attacco . L’ultima violenza, in ordine di tempo, è l’ennesimo e periodico attacco alla legge 194 che interessa il diritto delle donne a disporre del proprio corpo e a decidere se mettere al mondo o no un figlio/a, o abortire entro e non oltre la nona settimana di “vita” dell’  “embrione”. Le parole diventano importanti,  vita, embrione, feto, bambino, tutte tranne “autodeterminazione” associata al termine “donna”, tutto si gioca sulle parole e  pur di metterci a tacere a relegarci nel solito ruolo passivo di contenitore che non ha il diritto ( seppur sancito da una legge con tante pecche), di decidere di sé.

Elena Gianini Belotti.

Dalla parte delle bambine. L’influenza dei condizionamenti sociali nella formazione del ruolo femminile nei primi anni di vita

Feltrinelli, 2002

 

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