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riflessioni su Ruth

di Elizabeth Gaskell

 

La donna perduta è la traccia del romanzo, Ruth si perde per ignoranza e fiducia, due sentimenti che difficilmente possono convivere, ma la sua è soprattutto ignoranza del male del mondo, perché il suo cuore è puro, un cuore puro si affida al prossimo diffidando di sé.

Le donne imparano dalle madri appena si attaccano al loro seno a diffidare della donna e di conseguenza di loro stesse, la misura di tutte le cose è l’uomo, come Protagora affermò e come più tardi ribadirono pensatrici femministe, precisando l’uomo maschio, quando ancora si precisava.

Se l’uomo che è immagine di Dio, dio è maschio e giudica da maschio.

L’ignoranza della parola del dio-uomo è correa alla perdizione della donna, ma come può Ruth non ignorare quello che deve ignorare per la sua natura voluta dal dio, natura già dichiarata corrotta dallo stesso , in quanto in passato  una donna aveva cercato nutrimento nella conoscenza  sfidando l’ordine patriarcale.  Quel che Ruth deve ignorare è il suo corpo, quel corpo femminile causa della perdizione del’umanità.

Chi abita un corpo può viversi come puro spirito? Qualcuno ha fatto esperienza di viversi incorporeo? Credo di no, ma alle donne veniva chiesta proprio l’incorporeità. Cosa che viene chiesta ancora oggi, in modo diverso (la donna come solo corpo giovane e desiderabile all’uomo) ma comunque efficace nel rendere le donne confuse su se stesse.

Il gentiluomo dunque approfitta della sua ignoranza, la mette incinta e fugge. Lei partorirà un figlio maschio, che già neonato sarà giudice del comportamento della madre, nell’idea di lei stessa, che non potrà non trasmettergli.

Per ora sono arrivata a pagina 459 e ne ho ancora circa 250 (è scritto a caratteri leggibili per le presbiti come me, ciò per dire che non è così lungo come potrebbe sembrare) e dovrò leggere di espiazioni, rinunce e mortificazioni, perché Ruth non potrà mai essere assolta dal suo peccato: aver amato un dio più di Dio e aver dato il suo corpo al di fuori del mercato matrimoniale. (ma compare tra le righe anche l’idea dello stupro, ugualmente riprovevole per una donna, perché ricordiamolo lei ignora “i fatti della vita”).

La salvezza, fino a pag. 259 è stata offerta, per ora, da quel figlio maschio, che sicuramente diventerà il giudice più severo di sua madre, da lei educato nella devozione e nel totale rispetto del codice patriarcale.

 

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Perché agli italiani piace un padrone

Questo è quello che si chiede Corrado Augias, nel suo ultimo libro dal titolo “Il disagio della libertà”

Il libro, ricco di spunti da approfondire fa risalire molto indietro nel tempo quello che definirei “il disagio dell’italianità”, da uomo erudito qual è parte dalla letteratura:  Dante e Guiccardini, Macchiavelli, continua con la filosofia di Spinoza di J. S. Mill (di cui dimentica fu un fautore del voto alle donne)  e naturalmente essendosi “specializzato” sulla la chiesa di Roma, sostanzialmente non dice nulla di nuovo che qualsiasi persona con un buon bagaglio di letture e interesse verso ciò che lo circonda, non abbia pensato.

Quel che è fastidioso nel leggerlo è, come sempre, l’assoluta mancanza di figure femminili, tranne la Vergine Maria e ad un certo punto la Grande Madre, tirata fuori dal cilindro per addossare, sembra, alla venerabile e grassoccia signora mediterranea la complicità di una totale mancanza di etica e morale nel nostro Paese.

Per il resto questo  è un Paese fatto da uomini, per uomini, non ci sono forse  più campi da calcio che asili nido, che pure non sono di esclusiva “competenza” femminile, dato che i figli fino a prova contraria si fanno in due.

Ma le donne, pur non avendo nessuna voce “positiva” in capitolo, hanno e hanno avuto la colpa di essere troppo comprensive con i figli maschi. Tutto vero, ma nessuna parola spesa sul sistema fortemente patriarcale e maschilista di questa Italia.

Il bisogno del padrone è più una necessità maschile in cui identificarsi, che non il bisogno reale di tutti e tutte le persone che abitano questo Paese. Sono gli uomini che prima si sono identificati nella mascella squadrata di Mussolini e poi nelle barzellette sconce di Berlusconi; le donne hanno certo dato il loro contributo, ma come mai Augias non si chiede  come mai le donne italiane abbiano avuto accesso al voto solo nel 1946, perché l’istruzione sia stata appannaggio maschile fino a non troppi anni fa, perché il delitto d’onore sia scomparso dal codice penale solo negli anni ’80 del secolo scorso e tantissime altre domande, che non solo elude, ma che, cosa assai più grave non si pone.

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solo noi donne possiamo e dobbiamo decidere. Ennesimo attacco della chiesa cattolica contro il corpo femminile

Noi donne non siamo nuove ad attacchi di ogni genere. Iniziamo a subirne da bambine da parte degli adulti, piccoli attacchi, piccole cose quotidiane che ci formano e informano  quel che concerne il nostro posto nel mondo.

Innanzitutto ci viene insegnato a comportarci bene, il che è una buona cosa quando significa essere sé stesse senza prevaricare nessuno, ma comportarsi bene, per una bambina significa una serie di divieti e prescrizioni, che difficilmente hanno un corrispettivo maschile; è anche vero che oggi, rispetto a qualche anno, fa divieti e prescrizioni sono cambiati, però continuano a dirci come dobbiamo essere per essere accettabili. Una brava bambina deve comportarsi bene innanzitutto rinunciando ad essere sé stessa, per imparare ad essere un contorno gradevole al prossimo in preparazione di esserlo ad un uomo.

Dai giochi suddivisi per genere si impara molto: le bambine giocano alle bambole imparando l’arte di prendersi cura, ai maschietti viene messo in mano un videogioco il cui tema è tendenzialmente se non violento prevaricatore, imparano l’arte di essere migliori attraverso la competizione e l’azione. Le bambole invece hanno bisogno di azioni stereotipate:  vanno vestite, truccate, pettinate, rese appetibili, così come dovranno essere poi le ragazzine per immettersi nel mercato del desiderio maschile.

Anche alle ragazze viene insegnata la competizione, ma questa non sarà una modalità a migliorarsi come persone, ma esclusivamente come immagine.L’immagine non è che un’imitazione che più che alla sfera del reale appartiene a quella dell’ideale. Quando scrivo “competizione” uso il termine non in negativo, competere è mettersi in gioco ed ha a che fare con il termine competenza.

Qual è l’ideale, oggi, per le bambine che sono diventate adolescenti? L’ideale è il corpo come rappresentazione dove “rappresentazione”  è la percezione di qualcosa d’altro da sé e torniamo all’ideale. L’ideale è astrazione, pensiero, desiderio del raggiungimento del medesimo. E’ quindi autoreferenziale. Se l’ideale è un corpo immaginario, astratto, autoreferenziale, frutto di un pensiero che ha radici profonde, mai messe alla prova del reale, con che cosa si trovano ad avere a che fare le adolescenti? Solo ed esclusivamente con immagini, immagini che parlano forte, anzi urlano e pretendono e annientano chi non si sottomette. Da chi possono essere aiutate a districarsi in questa selva che prescrive alle ragazze come devono essere? Dalle madri, viene spontaneo rispondere, chi meglio di una madre può capire la sofferenza di una figlia adolescente, che ha già subito sguardi lascivi da uomini che potrebbero  esser loro padri se non nonni, esattamente come era successo loro. Ma quale potere hanno le madri, se quotidianamente vengono bombardate anch’esse da immagini, immagini di corpi giovani, corpi delle loro figlie che  diventano improvvisamente rivali.

I padri guardano è il loro sguardo a dettar legge sui corpi delle donne, delle loro figlie, delle loro mogli, di tutte le altre donne.

Perché voglio sembrare più giovane se la mia età anagrafica mi dice che non sono più giovane da un pezzo? Perché mi dico -lo faccio per me stessa, quando so che non è vero? Perché mi ritrovo ad avere come rivale mia figlia? Perché non posso esserle complice?

Perché è una lotta impari e perché a mia volta, pur lottando e aver lottato, non sono capace ad uscire da questo paradosso che sa  solo dirmi come devo sembrare, qual è l’immagine che da me si aspetta la società maschile; un’immagine che è tutto tranne quello che desidererei essere, non giovane, ma saggia grazie all’esperienza che gli anni hanno scritto sul mio viso sotto forma di rughe, sul mio corpo non più tonico e non più leggiadro, perché dentro di me ho portato le mie figlie e i miei figli e il mio seno li ha nutriti.

Sono stata giovane, forse sono stata “carina”, quel che è certo è che  mi trovavo brutta, perché avevo imparato l’incertezza dei miei occhi , perché lo sguardo delle donne non è lo sguardo dominante sul mondo, e sarebbe ora che lo diventasse.

Questo necessario preambolo è per denunciare che periodicamente il corpo delle donne è sempre sotto attacco . L’ultima violenza, in ordine di tempo, è l’ennesimo e periodico attacco alla legge 194 che interessa il diritto delle donne a disporre del proprio corpo e a decidere se mettere al mondo o no un figlio/a, o abortire entro e non oltre la nona settimana di “vita” dell’  “embrione”. Le parole diventano importanti,  vita, embrione, feto, bambino, tutte tranne “autodeterminazione” associata al termine “donna”, tutto si gioca sulle parole e  pur di metterci a tacere a relegarci nel solito ruolo passivo di contenitore che non ha il diritto ( seppur sancito da una legge con tante pecche), di decidere di sé.

Elena Gianini Belotti.

Dalla parte delle bambine. L’influenza dei condizionamenti sociali nella formazione del ruolo femminile nei primi anni di vita

Feltrinelli, 2002

 

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